Altitudine 921 metri s.l.m.
Lat. 45°59'25"08 - Long. 09°34'49"08
Municipio: Tel. 0345.89021
Misure: superficie 14,29
Valle Brembana, 50,0 km da Bergamo

Cenni storici di Ornica

Dalle origini all'eta' comunale
E' opinione comune, per quanto non suffragata da documenti certi, che i primi nuclei abitativi del settore occidentale dell'Alta Valle Brembana derivino dallo stanziamento in queste zone di abitanti della vicina Valsassina, costretti a lasciare le loro terre e rifugiarsi in questi luoghi piu' sicuri dal desiderio di sfuggire ai rischi delle invasioni barbariche. Altro fattore non trascurabile del primitivo insediamento umano in Valle Averara e Valtorta fu la presenza, sulle montagne che le separano dalla Valsassina e dalla Valtellina, di giacimenti di ferro  che dovettero richiamare, fin dall'alto Medio Evo, comunita' di minatori al servizio dei dominatori di quei secoli. Sul piano della giurisdizione civile questi territori divennero nel secolo IX pertinenza del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, quindi passarono per donazione agli arcivescovi di Milano, o forse, secondo alcuni studiosi, ai conti di Bergamo. Dopo il mille il controllo di queste vallate fu soggetto a diversi cambiamenti: in epoca comunale furono sottoposte per qualche tempo al comune di Bergamo, quindi passarono di nuovo sotto gli arcivescovi di Milano e da questi alla signoria del Torriani. Nei primi decenni del Trecento, dopo aspre contese, i Torriani furono sconfitti dai Visconti che instaurarono il loro dominio destinato a durare fino alla meta' del Quattrocento. In questi secoli la piccola comunita' di Ornica era poco piu' che un villaggio di montanari dediti alla partorizia, al taglio dei boschi e alla lavorazione del ferro proveniente in parte dalle miniere del monte Varrone.

Il paese non aveva una propria autonomia, ma apparteneva all'antico comune della Valle Averara. Tale ordinamento e' attestato dallo statuto della Valle Averara del 1313 che costituisce l'aggiornamento di un analogo strumento legislativo in vogore gia' nel secolo precedente. Secondo questo documento, il comune della Valle Averara era diviso in quattro squadre: la squadra di Redivo, corrispondente all'attuale territorio di Averara; la squadra di Mezzo, all'incirca l'attuale Santa Brigida; la squadra di Olmo o di Sotto, comprendente i paesi di Olmo e Mezzoldo; la squadra di Sopra; di cui facevano parte, come detto, Cassiglio, Cusio e Ornica. Tale situazione rimase immutata per diversi secoli e per la precisione fino al 1647, quando l'unita' amministrativa della Valle Averara ebbe fine in seguito alla costituzione dei sette attuali comuni. Lo statuto del 1313, giunto fino a noi attraverso edizioni dei secoli successivi, costituisce uno dei primi esempi di legislazione comunale del territorio Bergamasco. Le disposizioni contenute in questo statuto sono piuttosto limitate e riguardano in particolare le norme di comportamento e le competenze dei pubblici amministratori, i rapporti economici tra i cittadini, con particolare riguardo alle attivita' silvo-pastorali e alla tutela della proprieta' privata, gli obblighi fiscali, il rispetto dell'ordine pubblico, gli adempimenti di carattere religioso.

Il regime visconteo
Nel 1332, dopo una serie di guerre contro la signoria dei Torriani, si instauro' sul settore occidentale dell'Alta Valle Brembana la dominazione dei Visconti, che del resto avevano gia' sottomesso anche gran parte del restante territorio bergamasco. Il regime visconteo fu caratterizzato da una certa liberalita' nei confini delle comunita' di confine quali erano la Valtorta, la Val Taleggio e la Valle Averara. Atteggiamento dettato dalla volonta' di acquistarsi presso la popolazione un consenso che permettesse di mantenere tranquille queste zone e scongiurasse eventuali defezioni verso gli stati confinanti. Per tale motivo nel 1356 il duca Bernabo' Visconti stipulo' con queste vallate una serie di accordi, noti come pacta vallium, che concedevano alle popolazioni sensibili esenzioni fiscali e ne riconoscevano la prerogativa di valli separate, sul piano amministrativo e fiscale, rispetto al resto del territorio soggetto alla signoria viscontea. Nel 1358 Bernabo' provvide a far redigere un nuovo e piu' organico statuto nel quale la Valle Averara veniva unita amministrativamente alla Val Taleggio. In base a questo statuto le Valli Averara e Taleggio ebbero assegnato un vicario che rappresentava il governo centrale e amministrava la giustizia. Il vicario risiedeva in Valle Taleggio, ma in seguito la Valle Averara ottenne di averne uno proprio, la cui sede era posta alla Fontana, nei pressi dei portici di Averara. L'epoca della dominazione viscontea fu caratterizzata da notevoli contrasti tra le fazioni legate alle famiglie piu' in vista dei vari paesi, in rapporto alla loro posizione favorevole o contraria al regime. Ne derivarono le sanguinose lotte tra i ghibellini e i guelfi che imperversarono tra la meta' del Trecento e l'inizio del Quattrocento, seminando odi e stragi a non finire anche tra i cittadini dello stesso paese.

La dominazione veneta
Nel 1456, dopo un trentennio di contrasti tra Venezia e Milano, il territorio della Valle Averara passo' sotto il controllo della serenissima. Comincio cosi' anche per Ornica il lungo periodo di dominazione veneta che avra' termine nel 1797, con l'avvento del regime napoleonico. L'atteggiamento di Venezia verso questo territorio fu caratterizzato da una certa liberta', in quanto vennero concessi alla valle dei privilegi fiscali e normativi che le garantivano di fatto l'autonomia rispetto alla citta' di Bergamo e il suo diritto a intrattenere rapporti diretti con le autorita' lagunari. Nei primi secoli della dominazione veneta Ornica, al pari degli altri paesi della Valle Averara, baso' la propria economia sulle attivita' agropastorali e su quella metallurgica. Le attivita' agricole e lo sfrutamento dei pascoli e dei boschi consentivano di far fronte, pur con una certa difficolta', alla domanda interna. La famiglia piu' in vista di Ornica, che per secoli domino' la vita economica e civile locale, fu quella degli Ambrosioni, di cui fecero parte nel corso degli anni diversi notai, parroci, imprenditori ed esponenti politici. Altre famiglie potenti furono quelle dei Milesi, dei Ruffoni e dei Gualteroni. Alla fine del Cinquecento il paese contava 40 famiglie, con un totale di 315 persone, di cui 127 maschi.

La peste del 1630
Anche Ornica sperimento' nel 1630 gli effetti di quella che e' condiderata la piu' grave epidemia di peste della storia bergamasca. La piu' grave, ma non la sola, infatti fenomeni analoghi erano abbastanza frequenti a quei tempi, in considerazione delle cattive condizione igieniche in cui versarono le popolazioni e per la mancanza di qualsiasi forma di profilassi e di cure efficaci. Quella del 1630 fu un'epidemia che sconvolse l'assetto demografico della generalita' dei paesi e ne arresto' per diversi anni le attivita' economiche e sociali. Il morbo fu preceduto da una grave carestia che indeboli' il fisico delle persone, predisponendole al contagio, il quale comincio' a diffondersi nei territori occidentali della Bergamasca gia' dall'autunno del 1629, portato dalle truppe tedesche scese in Italiaper la guerra di successione al ducato di Mantova. Messi in allarme dal repentino propagarsi del male, gli amministratori vallari presero alcuni provvedimenti che, se rispettati, avrebbero avuto una certa efficacia: la chiusura del passo San Marco e il blocco dei ponti di Sedrina e delle altre vie di accesso alla valle. Ma i divieti di transito vennero poco rispettati, sia da chi fuggiva dalle zone infette e cercava scampo in valle e sia dai commercianti brembani che continuavano a uscire dal territorio per curare i loro affari. La peste raggiunse l'alta valle nella tarda primavera del 1630 e vi imperverso' fino all'autunno inoltrato, mietendo vittime ogni giorno. Nel momento culminante dell'epidemia, cioe' nei mesi estivi, il numero dei morti divenne cosi' elevato che risulto' impossibile provvedere alla loro sepoltura nei luoghi soliti, cioe' sotto il pavimento della chiesa e del segrato. La virulenza del male comincio' ad attenuarsi verso la fine dell'estate e cesso' quasi del tutto nel corso dell'autunno, consentendo ai pochi superstiti di riprendere la vita normale. Stando ai statistici forniti dai Ghirardelli, i morti di peste a Ornica furono ben 134, su 176 abitanti. E' una cifra enorme, che corrisponde al 76% del totale, una vera e propria strage.

Dopo Venezia, i Francesi e gli Austriaci
Il lungo periodo della dominazione veneta ebbe termine nel 1797, quando anche l'alta Valle Brembana entro' a far parte della Repubblica Bergamasca, soggetta al regime napoleonico. Nella concezione rivoluzionaria dello stato, basata sul principio di uguaglianza fra i cittadini, non c'era posto per privilegi ed esenzioni fiscali e per disparita' nell'applicazione della legge. Ecco allora che con il nuovo regime ebbero termine anche gli antichi privilegi e fu abolito lo statuto che per secoli aveva regolato la vita del paese. Nel 1815 gli Austriaci sostituirono i Francesi, ma col nuovo governo la situazione non cambio' di molto, specie sul piano del rigore fiscale e del severo controllo di ogni aspetto della vita locale. Tuttavia l'Austria promosse il miglioramento della viabilita' sul fondovalle brembano e anche in alta valle, realizando una nuova strada, larga quattro metri, tra Olmo e Cassiglio, di cui beneficio' anche Ornica.

Ornica dopo l'unita' d'Italia
Il passaggio dalla dominazione austriaca al nuovo regno d'Italia non significo' gran che per la piccola comunita' di Ornica, preoccupata piu' che altro di fare i conti con i problemi dell'esistenza quotidiana. Il paese dovette fronteggiare una serie di epidemie di colera, difterite, tifo e vaiolo che furono la costante di tutta la meta' dell'Ottocento. Tuttavia l'elevato tasso di natalita' compensava abbondantemente i decessi dovuti alle epidemie e comporto' un certo aumento della popolazione. Gli abitanti di Ornica, passarono dai 308 del 1861 ai 332 del 1885. La maggioranza della popolazione era dedita alla pastorizia e all'agricoltura. La consistenza del patromonio zootecnico era di 130 bovini, 140 pecore e 200 capre. Nella stagione invernale si trovava il tempo per dedicarsi al lavoro nelle fucine e produrre chiodi da cavallo. Le donne svolgevano lavori pesanti al pari degli uomini, anzi, il trasporto dei carichi a spalla era affidato generalmente a loro. Il paese era servito da abbondanza di acqua; le case erano dotate di pozzo nero il cui contenuto era periodicamente sparso nei campi ad uso di fertilizzante. L'alimentazione quotidiana era a base di polenta, patate e latticini. Nella storia di Ornica e dell'intera Valle Stabina restera' memorabile la tremenda alluvione del 29 giugno 1890 che sconvolse a tal punto la fisionomia del territorio da determinare un radicale cambiamento dell'economia locale.

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL FRASSINO
"Questa chiesa sia tenuta in modo più decoroso e sia venerata da tutti, poiché si dice edificata a testimonianza di un’insigne grazia e di un beneficio singolare concesso dalla Madre di Dio al suo fondatore, il quale, essendo incappato nei briganti e da questi rapinato e legato ad un albero nel bosco, scampò al rischio di perdere la vita e fu liberato". Con queste parole viene riassunta la storia del santuario della Madonna del Frassino nei decreti della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo del 1611 a Ornica. Non si tratta certo del più antico documento riguardante la storia del santuario, però è tra i più autorevoli e, soprattutto, registra in forma ufficiale la tradizione relativa all’evento miracoloso di cui sarebbe stato protagonista un cittadino di Ornica in epoca imprecisata. Il documento in questione è importante anche perché riporta il nome con cui era indicato in passato il santuario: Beata Vergine del Prato del Forno. La definizione "Madonna del Forno", legata alla presenza in quella zona dell’antico forno di fusione del minerale di ferro, ricorre in tutti i documenti dell’epoca, a cominciare da diversi atti notarili relativi all’attività metallurgica. Il santuario della Madonna del Forno è così indicato anche nella relazione del 1864, seguita alla visita pastorale del vescovo Pier Luigi Speranza. Solo in epoca recente è stato introdotto l’appellativo di "Madonna del Frassino", con riferimento all’albero a cui, secondo la tradizione, fu legato il protagonista del miracolo e cancellando il riferimento al vecchio toponimo che, con la chiusura del forno, era caduto in disuso. Il santuario ricorda dunque l’evento prodigioso di cui fu protagonista un uomo del posto, incappato in una squadra di briganti che lo malmenarono e lo legarono ad un albero di frassino, derubandolo di quanto portava con sé e minacciando di ucciderlo. Legato stretto e ferito, il malcapitato rischiava di morire perché la strada era deserta, ma non si perse d’animo e invocò la Madonna che gli apparve nelle vesti di una donna premurosa e lo liberò. Tornato in paese, il miracolato mise al corrente del prodigio la popolazione e si fece promotore della costruzione di una cappella votiva nel luogo del frassino al quale era stato legato. La cappella divenne subito un luogo di devozione e in seguito venne ampliata e decorata, fino ad assumere la struttura attuale. Un altro autorevole e circostanziato riferimento al santuario è contenuto negli atti della visita di San Carlo Borromeo del 1566. Il documento afferma testualmente che il cardinale "visitò l’oratorio di Santa Maria al Prato de Al sora (Prato di Valle Sopra) che è abbastanza decoroso: vi si celebra la messa e sul davanti è munito di un portico". Gli atti della visita citano anche documenti di epoca anteriore, dai quali si può risalire all’epoca della primitiva erezione dell’edificio. Si tratta di tre indulgenze di cento giorni ciascuna, concesse nei primi del Cinquecento. La prima venne accordata da papa Alessandro VI nel 1502 ai fedeli che avessero visitato il santuario nelle feste dedicate alla Madonna. La seconda, largita pochi anni dopo da papa Giulio II, circoscrive gli effetti dell’indulgenza alla visita alla chiesetta nel giorno dell’Assunta e nelle festività di San Matteo, San Pietro e Paolo e San Giovanni evangelista. La terza, concessa nel 1518 da Leone X, assegna l’indulgenza alla visita al santuario nel giorno dell’Assunta e nelle feste delle sante Caterina, Elisabetta e Maria Maddalena. Il fatto che le indulgenze siano state concesse nei primi anni del Cinquecento presuppone che all’epoca il culto della Vergine presso la chiesetta fosse già ben consolidato e autorizzato dall’autorità ecclesiastica, per cui non è fuori luogo ritenere che l’origine del santuario risalga quanto meno ai primi decenni del Quattrocento. L’edificio attuale del santuario risale al Seicento ed è ampliamente descritto negli atti della visita pastorale del canonico Antonio Corneliano del 1718: l’oratorio è detto elegante, con una volta di ottima fattura e con tavole dipinte sul presbiterio, raffiguranti i misteri del Rosario. Si afferma inoltre che l’edificio era validamente decorato con marmi e colonne anche all’altare ed era arredato con mobili di pregio. Il visitatore non mancò però di rilevare la necessità di chiudere le cappelle con balaustre di marmo e di porre sotto la volta un architrave per collocarvi il Crocifisso protetto da un velo rosso. Andava inoltre realizzata all’esterno una gradinata in pietra adeguata al decoro dell’edificio. A quell’epoca la sagrestia si trovava in cattivo stato, con la volta piena di crepe, quindi il visitatore, accogliendo la richiesta del parroco e del sindaco dell’oratorio, concesse il permesso di costruirne un’altra, più alta e ampia, nello stesso luogo. Quanto all’attività che si svolgeva nel santuario, gli atti della visita rilevano la presenza della congregazione del Rosario che era retta da un unico sindaco. Costui, presente al momento della visita, spiegò che vi si celebravano funzioni religiose ogni giorno dedicato alla Madonna e tutte le prime domeniche del mese. In tali occasioni il parroco celebrava la messa cantata alla presenza dei fedeli. Il visitatore diede il suo consenso alla prosecuzione delle funzioni religiose anche per il futuro. Quanto ai redditi, il santuario disponeva di circa settanta lire di entrate, oltre alle copiose elemosine che venivano offerte dal popolo per il decoro e la manutenzione del luogo. Un accenno al santuario è contenuto anche negli atti della visita del cardinal Pozzobonelli nel 1754, solo per rilevare la necessità di munire di cancelli le balaustre delle cappelle e di collocare in sagrestia la tabella delle orazioni da recitarsi da parte del sacerdote durante la vestizione. In occasione della visita del Pozzobonelli venne anche decretato che fosse posta sull’altare una tavola di legno ben sagomata in cui inserire la pietra sacra e che fosse collocata nel confessionale, dalla parte del penitente, l’immagine di Cristo crocifisso.

Tratto dal libro "Ornica La Valle del Silenzio" autore Tarcisio Bottani