Cenni storici e storie di Oltre il Colle

Nel 1658 Oltre il Colle appare costituito da cento fuochi (famiglie) e da 654 anime: venti erano i soldati, imposti da Venezia. Si ricordano: S. Bartolomeo e S. Maddalena , come chiese attive, con un entrata di sessanta scudi per ciascuna. Il comune di Oltre il Colle poi aveva una entrata di trecento lire, per affitti. L'industria locale era cosi' specificata: aste, picche, manici da valanghe. Le fucine in funzione erano tre: i mulini poi erano quattro. Notevole era il numero di bovini: trecento, e tra muli e cavalli se ne contavano trentatrè. Vari torrenti e fiumi traggono origine dalla cerchia di monti intorno ad Oltre il Colle. Il Vedra, dall'alpe omonima; il parina, dall'alpe Camplano, tra l'Arera e il Grem. Già in tempi passati, le molte acque servivano per un artigianato locale di fabbri e di mugnai. Mantici, forgie e magli erano in attività nella zona. Chiodi, pale, ferri d'aratro e picconi erano frutto di attività e di commercio. Lo stemma del Comune di Oltre il Colle e' su fondo rosso e azzurro: vi si scorge un piccone da minatore, una fontana che zampilla e una vetta tripartita, con una fascia che reca la scritta "Grimaldo".  Secondo la tradizione, costui, della casa dei Grimaldi, sarebbe in fondatore del paese. Gran parte del suolo e' in questi paraggi boschivo: si ha notizia che nel passato vivevano orsi e lupi, tra le selve fitte. Infatti nel 1500 il vicino paese di Serina pagava delle taglie a coloro che cacciavano i pericolosi animali.

Storie antiche

Il Serpente con le Ali
Sembrava un piccolo bimbo in fasce, lungo non più di mezzo metro, invece era uno strano mostriciattolo difficilmente definibile. Non fosse stato per due tozze ali da pipistrello che gli spuntavano appena sotto la testa, lo si sarebbe potuto definire un serpente, ma proprio per via di queste ali era noto a tutti come il serpente con le ali, anche se in verità nessuno l'aveva mai visto volare. Si diceva che apparisse ogni due anni tra le sterpaglie del monte Menna, in alta Val Serina, e che vivacchiasse lassù per tutta l’estate, prima di scomparire con i primi freddi autunnali. Si pensava che dimorasse in una caverna, tra le forre di quella montagna calcarea e poi cadesse repentinamente in un letargo prolungato… Ma il suo risveglio, per quanto tardivo, era annunciato da due segnali inconfondibili: una puzza nauseabonda a metà tra il tanfo delle uova marce e quello dei cadaveri in decomposizione e un continuo ripetersi di fischi talmente acuti da poter superare il suono di cento sirene messe insieme e in grado di far impazzire uomini e animali che cadevano a terra morti con i timpani perforati e il cuore spezzato.Anche i cani, quando ancora si trovavano a grande distanza da quel mostro, ne avvertivano la presenza e se la davano a gambe, emettendo certi guaiti strazianti, come se fossero stati presi a bastonate da una mano invisibile. Gli abitanti dei villaggi che sorgevano alle falde del Monte Menna le avevano tentate tutte per liberarsi da quella presenza molesta, chiamando ripetutamente dei sacerdoti per benedire solennemente quei luoghi. Fu proprio un santo uomo di chiesa, che era salito fin lassù per tentare un ennesimo esorcismo, a vederselo capitare davanti a distanza ravvicinata. Era subito scappato a casa di corsa, ma aveva fatto in tempo a notare ogni particolare della sua strana natura: il mostro aveva la forma di serpente alato e portava in testa una corona che luccicava riflettendo i raggi del sole, inoltre aveva le ali avvolte attorno al collo, come una sciarpa e la coda terminava con un pungiglione. Non si sapeva, però, se fosse anche velenoso, perché nessun uomo o animale era mai stato morsicato e, se anche lo avesse fatto, nessuna delle sue vittime era più stata in grado di raccontarlo. Col passar degli anni il serpente con le ali diventò vecchio e iniziò a prolungare i periodi di letargo e a diradare i risvegli. Per un po’ si risvegliava ogni tre anni, poi ogni quattro e infine non si risvegliò più. Ancora oggi, però, chi passa da quelle parti si sente il cuore tremolare e il respiro diventare affannoso, in compenso il passo si fa leggero e la bocca silenziosa, perché nessuno vuole rischiare di svegliare quel serpente.

Il Drago Vendicativo
Si racconta che molti anni fa, in quel di Oltre il Colle, viveva un drago enorme, che possedeva sette teste simili ai tentacoli di una piovra, ricoperte di squame e di bargigli in perenne movimento. Non era solo nella foresta che allora si stendeva folta sulle pendici del Monte Alben, c'erano altri animali di varie specie, ma era lui il padrone assoluto, il dominatore, il proprietario della fonte dell’immortalità che sgorgava da un anfratto roccioso e alla quale non lasciava avvicinare nessuno. Passeggiava a fatica, per via della sua mole che gli impediva di districarsi nel folto degli alberi, si nutriva di animali selvatici, ma anche di pecore e capre e ogni tanto anche di… carne umana, che inghiottiva con avidità, facendo seguire al pasto un’abbondante bevuta, proprio alla fonte dell’immortalità. Sicuramente ciò gli procurava buona salute, perché non invecchiava mai e, mentre gli altri animali portavano i segni degli anni e scomparivano con il tempo, lui appariva sempre in perfetta forma, forte, sicuro e pieno di vitalità, pronto ad imporre la sua legge di spietato dominatore. I pastori ne erano terrorizzati, ne seguivano da lontano le orme enormi in cui ogni tanto si imbattevano e a bassa voce pronunciavano la parola drago, nel timore di evocarne la temuta presenza. C’era stato un tempo in cui qualcuno, esasperato per i continui soprusi di quell’essere spaventoso, aveva anche provato a dargli la caccia: i pastori più coraggiosi del paese, accompagnati dai più abili cacciatori, erano stati capaci di raggiungerlo nel folto della boscaglia e avevano dato vita ad una feroce battaglia, riuscendo anche a metterlo in difficoltà. Al colmo della zuffa il pastore più coraggioso, armato di accetta, gli aveva addirittura amputato di netto una delle sette teste, mentre i suoi compagni infliggevano per tutto il corpo del mostro profondi colpi di lancia e i cacciatori, sparando all'impazzata, lo riempivano di piombo, ma la testa era prodigiosamente ricresciuta in un batter d’occhio e le ferite provocate dagli spari e dalle lance si rimarginavano con la stessa velocità. Spaventati da questo straordinario fenomeno, gli assalitori se l’erano data a gambe, inseguiti dal drago che, non essendo riuscito a metter i suoi artigli su di loro, se l’era presa con greggi e mandrie, devastando gli ovili e le stalle e facendo scempio di un gran numero di animali. I lamenti delle bestie furono così forti e copiosi da essere uditi, si disse, in tutta la Valle Brembana e addirittura in qualche paese alle porte di Bergamo, diffondendo dovunque uno sgomento indescrivibile. L'ira provocata da questa strage tra la popolazione di Oltre il Colle non si spense subito, anzi, suscitò negli animi di tutti il desiderio di andare di escogitare qualche stratagemma per eliminare il drago una volta per tutte. Fu così che un bel giorno si vide uscire dal paese un vero e proprio esercito, armato fino ai denti, risoluto ad eliminare quella calamità.

Gli attaccanti, raggiunto il bosco, lo circondarono e si diedero ad incendiarlo, approfittando della sterpaglia che, a fine inverno, era secca e disseminata un po’ dovunque. Spaventato dalle alte fiamme che stavano per raggiungerlo e dal clamore infernale degli assalitori, il drago fu invaso dal panico. Si diede a lanciare fiammate dalla sue sette teste, emettendo nello stesso tempo dei sibili e dei rantoli paurosi, mentre dalle narici usciva un fumo denso e nero e le squame che gli ricoprivano il corpo si rizzavano, come colpite da una scarica elettrica. Si agitò a lungo in quella posizione, tracciando furiosi segni nell’aria con i suoi artigli acuminati, poi di fronte all’incalzare dei suoi nemici, si rifugiò presso la fonte dell'immortalità e vi si immerse. L'acqua a contatto con quel corpo divenne torbida e scura come l’inchiostro, cominciò a rimescolarsi freneticamente, come se bollisse e nello stesso tempo il drago svanì nel nulla, come dissolto in quel liquido misterioso. Quando i primi attaccanti arrivarono alla fonte non trovarono altro che uno specchio d'acqua, scura, nauseabonda e imbevibile. Del drago non c'era più traccia, ma la gente è sempre stata convinta che sia ancora lì, sommerso da quell’acqua che, proprio per la sua presenza continua a rimanere torbida in qualsiasi stagione, come se fosse perennemente agitata da un'entità misteriosa. Il drago, appunto, che se un giorno si svegliasse e decidesse improvvisamente di uscire dalla fonte farebbe ripiombare la popolazione nel terrore. A questa eventualità è legata un detto tuttora in voga a Oltre il Colle: quando il drago si sveglierà, la frazione di Ca' Bonaldi, che è situata da quelle parti, sprofonderà!

Il mandriano spergiuro
Questa leggenda viene raccontata ancora oggi in varie versioni, leggermente diverse tra loro, dagli anziani di Oltre il Colle, Serina e Roncobello. Ciascuna di queste località indica anche il luogo preciso che fu teatro della vicenda: per quelli di Oltre il Colle si tratta dei pascoli del monte di Zambla, per i Serinesi il monte Grem e per quelli di Roncobello il lago Branchino. Allo stesso modo, secondo gli abitanti di Oltre il Colle, il mandriano spergiuro, protagonista della leggenda, proveniva da Gorno, mentre a sentire quelli di Serina era di Sorisole e, per gli abitanti di Roncobello si trattava di un certo Valle di Serina. Questa triplice versione di una storia pressoché identica, ne denota la popolarità tra le popolazioni dell’alta Val Serina e della vicina Valsecca. Per non far torto a nessuno, ne viene qui esposta una sintesi che assomma le tre versioni, lasciando volutamente indeterminati il paese e i personaggi. Or dunque, era sorta in quel paese una disputa accanita circa i diritti di possesso di un alpeggio. La maggioranza dei capifamiglia riteneva che tale alpeggio fosse di proprietà comunale e quindi a disposizione di tutti. Non così la pensava un vecchio mandriano, che era forestiero e il cui arrivo in paese, parecchi anni prima, aveva scatenato la discordia, in quanto egli vantava su quel pascolo diritti di esclusiva proprietà. Diritti, osservava, risalenti ai suoi antenati e tramandati in eredità di padre in figlio, fino a lui stesso. Una serie di processi, celebrati davanti al vicario di valle, non erano valsi ad appurare chi fosse il legittimo proprietario, di conseguenza, in mancanza di uno specifico divieto della pubblica autorità e facendosi scudo dei suoi asseriti diritti, il mandriano portava ogni anno regolarmente la sua mandria sull’alpeggio, sordo alle lamentele dei compaesani, i quali dal canto loro non erano ormai più disposti a subire tale situazione, considerandola un vero e proprio sopruso. E così, ogni anno, assieme alla stagione dell’alpeggio si riaccendevano le dispute e non di rado accadeva che qualcuno passasse alle vie di fatto. Allora tra il mandriano prepotente, spalleggiato da figli e parenti e da certi vicini che traevano vantaggio dall’essere dalla sua parte, e qualcuno dei suoi avversari si scatenavano risse tremende, condite con pugni e bastonate. Una siffatta situazione non poteva più continuare e le autorità, ben consapevoli che presto ci sarebbe scappato il morto e desiderosi di risolvere una volta per tutte la complicata questione, deliberarono di invitare i contendenti ad una solenne cerimonia pubblica di giuramento, durante la quale si sperava che sarebbe finalmente emersa le verità.

La cerimonia ebbe luogo una domenica mattina, poche settimane prima dell’avvio della stagione dell’alpeggio, i contendenti, le rispettive famiglie e quasi tutta la popolazione si riunirono attorno alla baita del pascolo della discordia. Assieme a loro giunsero lassù i consoli e i consiglieri del paese, il vicario di valle, in qualità di giudice supremo e i rappresentanti del governo inviati dal podestà di Bergamo, accompagnati da un drappello di soldati col compito di sedare non improbabili tumulti. C’erano poi il parroco del paese e un canonico, mandato dal vescovo allo scopo di attestare la validità del sacro giuramento, infine un notaio, con il compito di redigere il relativo atto formale. Celebrata la messa, le autorità civili e religiose si disposero attorno all’altare e invitarono i contendenti a giurare davanti al crocefisso, dopo averli severamente ammoniti sui gravi castighi civili e religiosi riservati agli spergiuri. Nessuno dei mandriani del paese ebbe però il coraggio di pronunciare la solenne formula attestante il loro diritto di proprietà, infatti non avevano alcuna certezza di tale diritto, non disponendo di prove ufficiali e inconfutabili. Fu poi la volta del vecchio forestiero il quale, tra l’incredulità degli astanti, pronunciò a voce alta e sicura il seguente giuramento: “Giuro davanti a Dio che la terra che ho sotto i piedi appartiene a me e alla mia famiglia”. Le forze dell’ordine riuscirono a stento a trattenere la folla inferocita che tentava di avventarsi sul vecchio, accusandolo di spergiuro. Ma ormai la questione era chiusa: le autorità civili e religiose sancirono ufficialmente e concordemente che il pascolo conteso doveva essere assegnato definitivamente al vecchio mandriano, il cui giuramento non lasciava adito a dubbi. Così fu, e da quel momento il mandriano poté far pascolare le sue bestie su quel terreno, godendo della protezione della legge. Ma, se all’apparenza, ostentava sicurezza e spavalderia, la sua coscienza era agitata da un sordo rimorso. Infatti il suo giuramento era stata una vera e propria truffa e, se di fronte agli uomini tutto sembrava all’apparenza ineccepibile, dentro di sé egli era consapevole di essersi meritato il castigo di Dio. Castigo che non sarebbe tardato ad arrivare, considerata l’età dello spergiuro. Era infatti accaduto che il giorno del giuramento il mandriano, mal consigliato dalla moglie, era entrato nel suo orto, aveva preso due manciate di quella terra e l’aveva messa nelle sue scarpe, sotto i piedi… Forte di questa furbata, aveva quindi potuto giurare spavaldamente che la terra che … aveva sotto i piedi era sua! Autorità e avversari erano stati in tal modo ingannati, ma quando il furbo mandriano venne a morire e si presentò davanti al giudizio di Dio, ebbe il castigo che si meritava. E di che natura fosse il castigo lo appresero tutti coloro che negli anni seguenti ebbero la ventura di passare dalle parti dell’alpeggio durante un temporale. Allora potevano vedere l’anima dello spergiuro vagabondare per la montagna in groppa a un cavallo di fuoco che scalpitava sinistramente tra lampi e tuoni in un turbine di vento e grandine. A ogni passaggio il dannato mandriano urlava un ordine lugubre e disperato: Laghì sta i tèrmegn! La róba di óter la fa póca zuàda!. Manco a dirlo, più nessuna mandria poteva essere portata su quell’alpeggio perché le mucche, in preda a un’indicibile inquietudine, si rifiutavano di pascolare, emettevano muggiti lamentosi e non davano una goccia di latte. Nemmeno le ripetute benedizioni impartite da vari sacerdoti seppero tener lontana quell’anima dannata, che continuò per anni a seminare il panico tra i montanari. E anche oggi può capitare, in certe notti di tempesta, di sentire su per la montagna lamenti umani mescolati al brontolio dei tuoni mentre guizzi di luce, simili a lampi, corrono qua e là sopra la distesa dei pascoli.

Una messa sacrilega in Val Vedra
La Val Vedra è un’ampia conca verde che si estende a monte di Zorzone, in quel di Oltre il Colle, fino all'omonimo passo, in prossimità del lago Branchino. Nella parte più settentrionale è delimitata dalle cime calcaree del monte Vetro e della Corna Piana, habitat naturale di camosci e caprioli e regno delle stelle alpine. Oggi questa zona è una delle più interessanti dal punto di vista naturalistico dell’intera Valle Brembana: a due passi si snoda il “Sentiero dei Fiori”, che guida gli amanti della natura alla scoperta della flora spontanea orobica, sottoponendo alla loro attenzione numerose specie assai rare e alcune addirittura endemiche, cioè esclusive di questa zona. I monti circostanti e il lago Branchino sono la meta preferita degli escursionisti che desiderano trascorrere alcune ore all’aria aperta. I verdi pascoli della vallata risuonano, durante la stagione estiva, dei campanacci delle mandrie portate in alpeggio. Eppure a questa valle è legata una tradizione assai sinistra: si racconta, infatti, che nella verde distesa delle malghe esiste un’area sulla quale è impossibile far pascolare le mandrie o le greggi, un’area stregata, che tiene lontani gli animali, come se fossero respinti da una forza oscura e misteriosa. La ragione c’è, almeno nella leggenda, e deriva da un atto sacrilego commesso tanti anni fa da un mandriano. Che la vita degli alpeggiatori sia piuttosto difficile e non abbia molto da spartire con il risvolto bucolico che qualche profano di città ha voluto ricamarci attorno è un dato di fatto, almeno per chi ha frequentato da vicino l’ambiente. Giornate monotone, costellate dalle immutabili occupazioni quotidiane: la mattina sveglia all’alba e subito al lavoro, la sera non è mai ora di tornare a baita. Poco male quando splende il sole, la natura è allegra, le bestie sono tranquille, ma si sa che l’estate sui monti è avara di bel tempo. E lassù quando piove è davvero un guaio: i temporali fanno paura, lampi e tuoni sono vicinissimi e continuano minacciosi per ore, il vento sembra squarciare il tetto della baita e non di rado cade la grandine. Eppure bisogna andare: riparati da grossi tabarri e da pesanti e variopinti ombrelli, si corre a radunare la mandria spaventata, sistemare i recinti, abbeverare, mungere, curare i capi ammalati, e poi, portare il latte nella casera, preparare il formaggio, riparare gli attrezzi… Sempre lo stesso lavoro, giorno dopo giorno, da giugno a settembre. Ai nostri giorni qualcosa è cambiato: qualche diversivo è offerto dall’arrivo abituale degli escursionisti che si fermano volentieri fuori della baita a scambiare quattro chiacchiere con i malgari, oppure si può anche imbastire una certa turnazione che consente di scendere ogni tanto a valle, approfittando anche dei tracciati carrozzabili che ormai raggiungono buona parte degli alpeggi. Ma un tempo non c’erano nemmeno queste piccole alternative: la stagione estiva era una specie di esilio montano per i mandriani e le loro famiglie. C’era però un dovere sacrosanto per tutti gli adulti: quello di scendere ogni domenica nel paese più vicino per assistere alla messa che per forza di cose non poteva che essere quella delle ore antelucane… E guai a trasgredire il precetto! Era un impegno non indifferente, che costringeva a levatacce proibitive per scendere a valle e risalire dopo qualche ora, in tempo per avviare la consueta giornata d’alpeggio. Fu così che un certo giorno un mandriano che non ne poteva più di queste continue discese e risalite domenicali ebbe l’originale pensata di sostituirsi al parroco e di celebrare lui stesso la messa, convincendo i suoi colleghi a parteciparvi. Costruito con dei sassi un altare, presa una tazza piena di latte, indossate come paramenti alcune coperte stracce, diede inizio alla funzione. Assistito da due compari chefungevano da chierichetti, attorniato dagli altri alpeggiatori, il mandriano promotore dell’iniziativa iniziò a scimmiottare i riti propri della messa, storpiando le preghiere in latino, imitando alla meglio i canti liturgici e rivolgendo ai presenti perfino due parole di omelia. Ma proprio mentre il sacrilego si accingeva a pronunciare la sacra formula della consacrazione, ecco che l’aria fu squarciata da un tuono spaventoso, accompagnato da una bufera impetuosa che oscurò il sole annebbiò tutta la vallata. Poi sotto i piedi di quel gruppo di disgraziati si spalancò una profonda voragine che inghiottì l’altare e tutti i presenti, tra urla spaventose. Le fiamme dell’Inferno lambirono per un attimo la voragine, che in breve si richiuse lasciando la vallata deserta e animata solo dai muggiti lamentosi delle mucche nei loro recinti. Ancora oggi c’è qualche mandriano o cacciatore che di tanto in tanto, passando da quelle parti, asserisce di avvertire l’eco di voci supplicanti, al punto che, memore della leggenda, corre ad avvertire qualche prete perché salga a benedire la vallata. Ma c’è dell’altro. Poco lontano da quella valle, si trova la conca del Pradello, tra i monti Arera e Grem. Questa zona è teatro di un altro fenomeno difficilmente spiegabile. Si narra che a qualche mandriano capita ogni tanto di assistere a una strana processione. Accompagnato da un sommesso salmodiare, si svolge un lungo e solenne corteo di disciplini che, vestiti della loro tunica bianca e della mantellina rossa, con in mano un grosso cero, fanno lunghi giri tra rocce e dirupi, arrivando fin presso le baite e passando tra le mucche e le persone, incuranti di tutto, finché raggiunta una caverna che si apre sul fianco della montagna, vi penetrano uno dopo l'altro, scomparendo nel nulla. Chi siano questi personaggi d’oltretomba nessuno lo sa con precisione, però c’è chi suppone che il fenomeno sia legato alla presenza in quella zona, fin dai tempi antichi, di profonde miniere che hanno costituito per secoli la principale fonte di sostentamento per la gente della zona, ma hanno determinato anche tanti lutti per la morte tragica di centinaia di minatori. Forse si tratta delle anime di questi minatori, morti sul lavoro e senza il conforto dei sacramenti, che ritornano nottetempo sulla terra a chiedere una preghiera che li aiuti a uscire dal Purgatorio. O forse sono i mandriani sacrileghi della Val Vedra condannati ad espiare con questa solenne cerimonia il castigo per il loro gesto inconsulto.

Il carbonaio senza cuore
Si narra che in certe giornate di pioggia, nei fitti boschi che ricoprono le pendici del Monte Alben, può capitare di sentire il pianto inconsolabile di un bambino, accompagnato dalla lamentosa ninna nanna della sua mamma, che cerca invano di farlo addormentare. Secondo qualcuno, il fenomeno ha una precisa spiegazione e si riferisce a un tragico episodio di parecchi anni fa, al tempo in cui non pochi abitanti di Serina e dei paesi limitrofi campavano facendo il boscaiolo o il carbonaio. Uno di questi viveva con la moglie e il figlioletto in una baita posta nel sito detto Caàgna róta. Era un individuo irascibile e violento, un attaccabrighe sempre pronto a passare a vie di fatto con chiunque e specie con la moglie, e per niente tenero nemmeno col bambino. Madre e figlio erano tranquilli solo quando il taglialegna era fuori, alle prese con robusti alberi da abbattere e da ridurre in ceppi minuti, atti ad alimentare il grosso poiàt che fumava senza sosta al centro della piatta aiàl situata nei pressi della baita. Dovendo tenere costantemente d’occhio il poiàt, per alimentarlo con nuovi ceppi o regolare l’intensità della combustione, aprendo o chiudendo ad arte i fori del tiraggio praticati nello spesso strato di fango secco che rivestiva la catasta, il carbonaio non poteva starsene a lungo nella baita, neppure di notte, ma vi entrava solo per mangiare, rimproverando aspramente la moglie se il cibo non era pronto o non era di suo gradimento. Nemmeno i momenti per il riposo erano frequenti, così, tra alberi abbattuti e ceppi da spaccare e ridurre in carbone, il poveruomo era sempre stanco e scontento. Guai a disturbarlo quando si appisolava, appoggiando la testa sulla tavola, subito dopo aver mangiato una fetta di polenta e stracchino e tracannato un paio di bicchieri di vino! Capitò che una sera, tornato a baita al termine di una giornata piovosa che l’aveva fatto dannare, tra lampi e tuoni, senza consentirgli di concludere un gran che, invece della solita cena pronta in tavola, trovò la moglie intenta a cullare il bambino che si lamentava e piangeva in preda a forti dolori di pancia. È a questo punto che la storia assume toni grotteschi e truculenti, mostrandoci la folle natura di un uomo che, per la verità, non trova rispondenza in generazioni di operosi montanari brembani. Per farla breve, si racconta che il boscaiolo, stanco e affamato e irritato perché la moglie non gli prestava attenzione e il figlioletto lo infastidiva con il suo pianto incessante, fu assalito da una collera incontrollabile: non più padrone di sé, abbrancò il bambino, uscì fuori dalla baita urlando, corse fino all’aiàl e lo infilò nella bocca del poiàt, facendolo bruciare tra orribili tormenti… Quindi prese la moglie che gli si era avventata contro urlante, nel vano tentativo di impedirgli questo gesto efferato, e scaraventò anche lei nel poiàt. Consumato l’orrendo duplice delitto e resosi conto della gravità del suo gesto, si diede a correre nel bosco, urlando e invocando il nome della moglie e del figlio. Lo trovarono alcuni giorni dopo le guardie inviate alla sua ricerca, morto sfracellato in fondo a un dirupo. Ecco quindi che anche la montagna, come commossa dall’atroce scena a cui aveva assistito impotente, sembra aver serbato il ricordo del dolore di una mamma e del suo bambino, facendo riecheggiare nei secoli le loro voci disperate.

Tratto dal Libro di Tarcisio Bottani e Wanda Taufer: Racconti Popolari Brembani