Altitudine 850 metri s.l.m.
Lat. 45°59'31"56 - Long. 09°41'16"80
Municipio: Tel. 0345.85023
Misure: superficie 23,61
Valle Brembana, 48 km da Bergamo

Cenni storici di Piazzatorre

L'aspetto geologico presenta aspetti di rilievo. Sull'arco montano a nord sfilano vette di grande interesse escursionistico, da destra verso sinistra: anzitutto i tondi prativi delle due Torcole (m.1800), poi, dopo il bastione sopra il Forcolino della Vaga (m.1846), il modesto pizzo Badile (m.2044), il Secco (m. 2293), il Pegherolo (m. 2369), il Cavallo (m. 2323), che con il suo Cavallino (m. 2284) degrada verso Mezzoldo. Nell’altra catena del sistema prealpino che chiude a sud - ovest il panorama piazzatorrino si possono osservare, da sinistra a destra, il Venturosa (m. 1999) e di seguito il bellissimo Aralalta (m. 2006) ai piedi dei quali si snoda la Valle di Cassiglio e Valtorta fino a toccare poi i Piani di Bobbio. La corona di montagne che cinge l’altopiano di Piazzatorre fa parte della fascia centrale delle Prealpi Orobiche, quella fascia i cui rilievi estremi più rilevanti corrispondono all’Arera e alla Presolana. Sono per la maggior parte calcareo - dolomitico, ovvero rocce in cui prevale il calcio, la cui nascita risale a circa 200 milioni di anni fa. Sono montagne più “giovani” di quelle che costituiscono la catena che chiude le Orobie a Nord: Pizzo dei Tre Signori, Pizzo del Diavolo, Redorta, eccetera, costituiti da rocce metamorfiche e vulcaniche di età tra i 300 e i 600 milioni di anni. Per la verità i rilievi di Piazzatorre non sono costituiti da dolomie omogenee, così come il resto dell’Alta Valle. Nei massicci imponenti di dolomia - Esino del Pegherolo, Secco, Cavallo, Cavallino affiora un vistoso “occhio” di rocce metallifere, e tali massicci sono circondati da una ben definita cintura di quel tipo di dolomia che i geologi chiamano Muschel - Kalk. C’è poi una lingua di Servini Triassici che, proveniente da Piazzolo, si insinua tra le dolomie a sinistra e il gruppo del Torcola e Toracchio a destra. È un confine vero e proprio dato che Torcola e Toracchio appartengono alla fascia di terreno Permiano e non Triassico (dolomie) come il resto delle nostre montagne.

Chiusi tra la spalla destra dolomitica e quella sinistra Permiana i piani di Piazzatorre mostrano la loro “tenera età”. Tali piani risalgono infatti al Quaternario (circa 400 mila anni fa), l’era delle grandi glaciazioni. In quest’ epoca tutto l’arco alpino fu coperto completamente da immensi ghiacciai che si spingevano verso la pianura. Nella Valle del Brembo, data la sua piccola estensione rispetto a quella dell’Adda, si accumulò meno ghiaccio che altrove. Il fronte dei ghiacciai si fermò probabilmente all’altezza dell’attuale Camerata e alcune vette sono riuscite ad emergere dai ghiacci e conservare parte del manto di vegetazione. Questi grandi ghiacciai lavorarono, trasportarono e rimestarono depositi argilloso - calcarei raschiandoli dai fianchi della montagna. Con questi materiali costruirono più a valle terrazze morene e colli piani, proprio come quelli su cui è posato il nostro paese. Il tocco finale alla scultura grezza operata dai ghiacci la diedero le acque. Sia i fiumi che, in particolare a Piazzatorre, il letto di un antico lago. Lago che è poi scomparso allorché la barriera che lo rinchiudeva a sud cedette in seguito a qualche sconosciuto evento geologico.

I FOSSILI:
Testimoni del nostro passato geologico sono i fossili, vegetali e animali la cui struttura si è pietrificata lentamente in epoche remote (nell’ordine di milioni di anni). Questi straordinari reperti che la nostra storia naturale ci ha regalato sono fonte inesauribile di notizie ed informazioni che riguardano le origini della vita sul pianeta. Anche a Piazzatorre, sulle pendici del monte Secco, ci sono interessanti giacimenti che affiorano in superficie; sono ricchi di pesci, piccoli crostacei, molluschi, organismi vegetali e altre forme di vita.

LA FLORA:
Piazzatorre può vantarsi di possedere ciò che il WWF definisce “...una delle più belle ed integre pinete d’Italia, forse d’Europa...”. A parte questa perla (Piazzatorre possiede la invidiabile superficie boschiva di 1956 ettari, ossia, quasi 20 Km quadrati), il territorio del nostro comune è ricoperto dal manto di vegetazione tipico delle Orobie a carattere calcareo. Nella fascia inferiore ai 1000 metri troviamo alberi da frutto (nocciolo, noce, castagno, melo, farnia, carpino, sorbo degli uccellatori, robinia, tiglio selvatico, acero, betulla, frassino, faggio), le propaggini inferiori delle foreste di conifere e prati coltivati a foraggio. La fascia fino ai 2000 metri è dominio incontrastato di abete (picea excelsa, abies alba) e larice (larix decidua).

LA FAUNA:
Anche la fauna è quella tipica della zona prealpina. Nell’ecosistema bosco si possono trovare caprioli, faine, martore, donnole, tassi, lepri, scoiattoli, ghiri e volpi tra i mammiferi; cedroni, francolini, cuculi, picchi, gufi, civette, barbagianni, merli, tordi e decine di altri splendidi uccelli; aspidi, vespe, termiti, coleotteri, ragni e migliaia di altri invertebrati. L’ecosistema prato è abitato da lepri, topi campagnoli, talpe, ricci e mucche tra i mammiferi; ad essi si aggiungono cornacchie, cardellini ramarri, lucertole, bisce e, tra gli invertebrati più comuni, libellule, maggiolini, lucciole e lombrichi. Fanno parte dell’ecosistema torrente: gamberi di fiume, bisce dal collare, trote furio, salmerini e sanguisughe.

LA STORIA, LE ORIGINI, IL SECOLO XIII°
Non esistono tracce di insediamenti in questa parte dell’Alta Valle anteriormente al 1200. Nel resto della Valle le notizie più antiche, o meglio i reperti, fanno risalire l’arrivo delle prime comunità umane al 2000 a.c., cioè circa 4000 anni fa. A Zogno, infatti, in località Solmarina e Corna Rossa, sono stati ritrovati oggetti di quell’epoca: punte di lancia in bronzo e rame, coltelli e raschiatoi, vasellame in terracotta. Si sa poi per certo dello sfruttamento delle miniere di ferro e calamina a Dossena da parte degli antichi Romani prima e dei Longobardi poi. Tornando a noi, i primi allevatori e agricoltori si stanziarono in Val Pegherolo verso il 1200, cioè in epoca medioevale; qui si edificarono le prime stalle abitate, veri esemplari di architettura rusticana. Un secolo più tardi si erano già formate 9 contrade: Sembiör, Palèra, Piazzole, Foppa, Cantù, Cabai, Cà Gottaroli, Cigadola; in tutto vi erano 35 famiglie per un totale di 225 abitanti. Il paese come entità sociale unitaria stava formandosi con difficoltà, soprattutto per ragioni di sopravvivenza fisica in quanto il territorio, come il resto dell’Alta Valle, era sotto il dominio dei Visconti, i signori di Milano. Essi concedettero sempre agli abitanti una certa autonomia in virtù delle loro povere condizioni, per cui potevano pagare tasse più lievi sugli scarsi commerci e l’acquisto di beni. Infine, notizia curiosa, essi non dipendevano dai signori di Bergamo (Suardi, Colleoni...), su richiesta specifica dei rappresentanti dei paesi dell’Alta Valle i quali non volevano aver niente a che fare con gli abitanti della città.

I SECOLI XIV° E XV°
Da numerosi documenti si può dedurre che in Piazzatorre fin dal 500 esistevano proprietari privati, anche se non nativi del luogo: i Mascheroni da Olmo al Brembo, i Dominoni, i Renovi, i Maisis. Un documento del 1473 attesta che i Mascheroni possedevano la maggior parte dei boschi di Piazzatorre. Ci sono poi altri documenti che testimoniano i passaggi di proprietà. C’è ad esempio un atto del 28 luglio 1330 con il quale un certo Martino, detto il Donzello, figlio di Giacomo dei Mascheroni di Olmo, diede in masseria perpetua ai fratelli Giovanni detto Bana e Pietro detto Cuoco due appezzamenti di terreno in Piazzatorre con due stalle e la trentesima parte del bosco del Cavallo. Nel 1340 lo stesso Martino cedette un pezzo di terreno nella piazza del paese e un prato. I documenti fanno anche riferimento a continue liti e controversie per lo sfruttamento di boschi di faggio e di peghera (pino e abete). Il 1427 è una data importante per la storia della Valle Brembana perché ebbe inizio il dominio della Repubblica Veneta. I discendenti dei Mascheroni di Olmo si costituirono "Sindaci - Procuratori - Difensori" dei loro territori a Piazzatorre e, insieme ai rappresentanti e procuratori dei paesi limitrofi si recarono davanti al senato Veneto chiedendo che la valle stessa continuasse a godere delle facilitazioni assicurate durante il periodo precedente, e, soprattutto, di essere indipendenti dalla città di Bergamo. Venezia accettò: il Vicariato di Piazza Brembana, che gestiva la giustizia e l’amministrazione, fu reso assolutamente indipendente da quello di Bergamo, come tutta la Valle “oltre la Goggia” (la goggia è la strozzatura della Valle che si incontra alla confluenza della Val Parina con il Brembo, tra Camerata e Scalvino). Nonostante il cambio di dominazione l’Alta Valle rimase un povero territorio isolato fino al 1592, anno di costruzione della strada Priula ad opera dei veneziani. È del 1473 l’atto notarile con il quale i Mascheroni di Olmo concedevano agli uomini di Piazzatorre “ in ogni tempo perpetuo di usare, godere e recidere dai boschi, per loro uso e soltanto per loro uso, sia per fare case, stalle, magioni, sia per fare fuoco, calce, calchere e carbone per sé e per le terre situate sul territorio di Piazzatorre”. I Mascheroni, dal canto loro, avrebbero potuto in perpetuo recidere, tagliare, far recidere e tagliare i predetti boschi a loro beneplacito, e condurre il legname fuori del territorio del paese o attraverso i soli canali o attraverso gli altri luoghi dove ad essi e a ciascuno di loro meglio piacerà, senza alcuna opposizione o molestia da parte di quelli di Piazzatorre”. Da questi documenti si deduce facilmente che boschi e pascoli erano la sola risorsa del paese, ciò su cui si basava la vita della comunità che ci viveva. Episodio singolare della nostra storia è la comparsa, nel 1562, della proprietà collettiva: un atto notarile testimonia la nascita della società "Antichi Originari" di Piazzatorre: le 72 famiglie divise in tre ceppi, Arioli, Maisis e Arizzi, pattuirono con i Mascheroni di Olmo il passaggio definitivo di proprietà versando in moneta aurea £ 11750 imperiali. Essi non solo avrebbero goduto, tutti insieme, il prodotto dei pascoli e dei boschi, ma sarebbero entrati in possesso anche della chiesa parrocchiale, e con i redditi della proprietà collettiva avrebbero provveduto alle spese principali della comunità. Questa situazione amministrativa durò quasi tre secoli, fino al 1806.

SECOLO XVI°
Il 1592 fu l’anno di costruzione della strada Priula di fondo valle, dal nome del provveditore veneto Alvise Priuli che la fece costruire e “tagliare nel sasso vivo”. Verso la fine del 1500 Venezia, duramente impegnata nella guerra del pepe, decise di costruire una strada carrabile che le permettesse di raggiungere i liberi Cantoni Svizzeri e di lì la valle del Reno, senza pagare dazi e dogane agli Spagnoli e all’imperatore. Cercava così una valida alternativa alle strade di Trento, del Gottardo e del Tirolo per fare giungere in tutte le contrade d’Europa le ricche e pregiate mercanzie veneziane ed orientali. La Priula risaliva il fondo valle forzando le due strette, fino allora invalicabili, della Botta e di Sedrina. I grossi centri disposti sul tracciato della via “Alta” decaddero mentre i paesi dell’Alta Valle divennero il centro di traffici e commerci. Quando la strada fu ultimata nel 1600 scoppiò la guerra in Valtellina e la stessa fu occupata dagli Spagnoli e il progetto di Venezia fallì: la strada rimase a beneficio dei valligiani. Prima di allora le carovane di muli che raggiungevano il grande mercato di Serina, o i minori di Olmo e Averara, impiegavano ore ed ore per coprire il tracciato incerto e spesso impervio delle mulattiere. Il grande trasporto di merci pesanti era negato dalla natura della strada, così come quello della posta e delle notizie. Con l’apertura di una strada carrabile le comunicazioni divennero più veloci e i contatti col mondo “al di sotto della Goggia” meno rarefatti. Pur non interessando direttamente il nostro paese il grande impulso che essa diede agli scambi portò giovamento anche agli abitanti di Piazzatorre: si aprì il mercato al carbone e, soprattutto, al legname che altrimenti doveva essere trasportato via fiume nei periodi di piena. Inoltre fu reso possibile da quel momento il funzionamento del servizio postale. Nel 1593 la comunità di Piazzatorre venne collegata con la strada Priula attraverso un grazioso ponte, ancor oggi esistente in località Jai sotto Piazzolo. Di lì a poco, dagli inizi del  1600 si ebbe il primo boom edilizio con vere costruzioni abitative di un certo rilievo socio - familistico: Cà di Berere, Cà Santa, Cà Maisis, Cà Gottaroli, Cà di Sorine, Cà di Boi. Erano nuclei residenziali che testimoniavano un certo agio economico e una vera autonomia di organizzazione sociale.

DAL SECOLO XVII° AL XIX°
Niente di rilevante sembra sia accaduto in questo periodo nei centri dell’Alta Valle. La nascita di officine, magli, opifici, filande nei centri come Zogno e San Pellegrino, che sfruttavano l’acqua del fiume come forza motrice, ha sfiorato solo da lontano l’economia delle comunità rurali. Il primo balzo nella storia umana verso l’industrializzazione non interessò, quindi, l’Alta Valle. Qui si viveva ancora come 500 anni prima, come nota il Maironi da Ponte a proposito di Piazzatorre: “i suoi 270 abitanti sono nella maggior parte mandriani, che vanno a passar l’invernata co’ loro numerosi bestiami nelle province di Milano e Lodi. Vi sono anche alcuni che si occupano nel far il guidone, ossia il condottiere di legnami, che dall’alte montagne mercé l’acque del Brembo si traducono alla pianura, e qualch’ altro che fa il carbonaio (colui che trasforma la legna in carbonella, cioè carbone di legna attraverso la combustione lenta nel “poiat”) o il montanista”. Era la fine del 1700. In effetti, se si esclude la grave pestilenza che nel 1630 dimezzò la popolazione, la storia della valle non conobbe fatti salienti. Solo conviene ricordare che nel 1806, pochi anni dopo il crollo del dominio veneziano (1797) cessò lo sfruttamento comunitario delle risorse e riapparve così la proprietà privata. Un ritorno alla proprietà collettiva si ebbe nel 1920 con la nascita della Cooperativa alimentare, cui la gente del paese partecipò con proprie quote azionarie. Come si può notare, il paese praticamente incomincia a sentirsi tale, unità organica di popolo, in tempo assai recente. Il frazionamento in contrade, tra loro disgiunte da diversi fattori, ha impedito a lungo la formazione di una autentica "comunione" da un punto di vista sia religioso che socio - culturale. La forza coesiva non fu la chiesa, collocata fuori e in equidistanza dai vari nuclei urbani, ma la misera condizione di vita e l'uguale morte.

IL XX SECOLO
Sappiamo che prima del 1900 in Alta Valle i cambiamenti sono avvenuti ad un ritmo molto lento. In questo periodo invece non è andata nello stesso modo, specialmente nella seconda metà del secolo. La società agricola, che rimase immutata per secoli, venne incrinata agli inizi del 1900 (molto in ritardo rispetto ad altre zone d’Italia e d’Europa) dall’avvento dell’elettricità e della ferrovia, che diedero l’avvio all’epoca moderna: l’era della industrializzazione. È stato un passaggio rapido dal semplice e immobile mondo contadino al ritmo convulso di una società complessa. Il secolo, come tutti ben ricordiamo, è stato segnato da due guerre che hanno coinvolto le maggiori forze militari del mondo e alle quali hanno partecipato anche i nostri paesi dell’Alta Valle. Durante la prima (1915 - 1918) hanno perso la vita ben 1117 valligiani, 18 dei quali erano nostri compaesani; durante la seconda, che terminò nel 1945, furono “solo” 4 i caduti originari del paese. Come se tutto ciò non bastasse, la gioia per la fine della guerra fu di breve durata. A parte le difficoltà di reinserimento dei reduci ed i problemi quotidiani dovuti alla carenza di generi alimentari, agli inizi dell’autunno del 1918 si abbattè sul nostro paese “la spagnola”, un’epidemia che fece ben 375.000 vittime (oltre venti milioni in tutto il mondo). Si trattava di una forma influenzale dovuta ad un virus che aggrediva i polmoni in forma molto spesso mortale. I sintomi consistevano in febbre alta, dolori muscolari, tosse ed insufficienza cardiaca. Così scriveva il parroco di Piazzatorre don Clemente Manzoni: “La malattia si presentava con dolori al capo e si sviluppava in polmonite. Era molto infettiva e colpiva maggiormente quelli dai 15 ai 40 anni d’età. Ogni casa aveva il proprio ammalato e non uno solo, ma due o tre, e parecchie erano le famiglie totalmente colpite. Ogni odio era deposto e i guariti si facevano premura di portar soccorso ai più bisognosi. Se la morte non capitava entro i primi dieci o dodici giorni si poteva sperare in una guarigione, ma mesi e mesi durava la convalescenza. Allettava completamente, non lasciava più nessuna forza muscolare, niente appetito, e i vecchi, per i quali era più benigna, uscivano dalla spagnola così abbattuti che ad ogni minimo raffreddore soccombevano per deficienza cardiaca o per bronchite. Non esistendo una cura specifica, l’unico consiglio era quello di tenere gli ammalati isolati per evitare il contagio e di disinfettare gli ambienti. E misteriosamente com’era apparsa, la malattia verso la fine anno si dileguò senza lasciare tracce e senza che gli scienziati che ancora oggi la studiano siano riusciti a scoprirne le cause. Il 2 giugno del 1946 è una data da ricordare, in quanto legata al referendum repubblica/monarchia: gli abitanti di Piazzatorre votarono a favore della monarchia con uno scarto decisamente netto: 147 contro 69. Era questo un dato che rispecchiava la volontà degli abitanti dell’Alta Valle in genere, in quanto ben il 61,3% di essi erano a favore della monarchia contro il 38,7% che prediligeva la repubblica. Durante l’epoca fascista, sull’onda della politica di organizzazione di massa del regime, si moltiplicarono le colonie montane. A Piazzatorre, a quella già esistente (vedi cornice successiva) se ne aggiunse un’altra intitolata a Mussolini.

L’ubicazione di Piazzatorre e le sue arie salubri la fecero prescegliere dall’Opera Bergamasca per la salute dei fanciulli onde erigervi un fabbricato che servisse a raccogliervi nella stagione estiva un centinaio di ragazzi e ragazze per i quali la gracile costituzione e lo stato di anemia richiedesse la cura climatica. L’Opera Bergamasca diede del proprio £ 6500, la Cassa di Risparmio di Milano elargì £ 10.000 e la società degli Antichi Originari di Piazzatorre concesse gratis la presa della buonissima acqua potabile. Scriveva il Dottor Bonandrini nel giugno del 1903 sull’Alta Valle Brembana: “il fabbricato, eretto dalla ditta Testa e Passera su progetto degli ing. Fusier Oberto e Carminati Gaetano di Bergamo, sorge nel centro del paese, vicino alla frazione Cà Montani e consta di un corpo centrale con due ali della lunghezza complessiva di 69 m. Il corno ha l’altezza di m. 13 per 15 di profondità, e contiene la cucina e le stanze per la Direzione ed Amministrazione, più una grande sala che in caso di bisogno potrà adibirsi a dormitorio. È tutto in muratura e per mezzo di due terrazze è congiunto alle ali, ognuna delle quali è alta 8 m. e lunga 23, e sono costruite parte in muratura, parte in legname. Al piano inferiore vi è il refettorio ed al superiore i dormitori, uno per ala, ciascuno dei quali potrà comodamente contenere 25 letti. L’impianto per la distribuzione dell’acqua fatto dalla ditta Busconi di Bergamo fornisce l’acqua in ogni locale, e vi sono 12 docce e bagni. L’illuminazione ad acetilene impiantata dalla ditta Sibella nulla lascia a desiderare. A lato dello stabilimento sorgono la lavanderia e l’infermeria. L’inaugurazione venne fatta nel giugno del 1903 da una comitiva di ragazze che prime vennero a godervi i benefici di tanta oculata provvidenza e generosità.

Anche lo sviluppo turistico di Piazzatorre è molto recente: sebbene sin dagli inizi del secolo fosse frequentato da alcune famiglie che venivano a trascorrervi l’estate, è solo nel dopoguerra che il nostro paese conobbe la popolarità. Nel 1950 vennero infatti costruiti i primi impianti di risalita sul monte Torcola, che hanno dato inizio allo sviluppo turistico invernale ed al successivo sviluppo edilizio. Negli anni ’70 verranno poi costruite le decine e decine di abitazioni di coloro che vengono a trascorrere l’estate in questa località, dando ampio spazio allo sviluppo di settori come il commercio e l’edilizia, diretta conseguenza del boom economico industriale che si stava affermando in altre parti del paese. Da noi esso ha significato nuove possibilità di lavoro: i nostri nonni erano quasi tutti boscaioli e molti hanno conosciuto l’emigrazione, mentre i lavoratori attuali svolgono attività per lo più collegate al turismo e, se lavorano fuori paese, vi fanno comunque ritorno quotidianamente. Attualmente sono pochissimi gli allevatori che svolgono ancora tale attività come fonte unica di reddito. I luoghi di alpeggio sono: monte Torcola, monte Cavallo e monte Pegherolo. Attualmente la popolazione è costituita di 472 persone, 240 maschi e 232 femmine. Scomparsi i De Maisis e gli Arici de Rivoris, restano a consolidare le generazioni 6 ceppi familiari: gli Arioli, i Bianchi, i Berera, i Calvetti, i Fognini e i Piatti. Al di sopra di tutti dominano gli Arioli: il "fuoco" più celebre, più noto e più significativo della Gens Plateaturrensis. Si dice comunemente che siano emigrati verso il 1100 dalla vicina Valtellina, spinti su questi pendii dalla fame di pascoli e dal desiderio di indipendenza. Più testi sono concordi nel tramandarci questa casata di antiche ed illustri origini lombarde, della quale si hanno memorie risalenti al lontano secolo XIV°. Durante i vari secoli della sua storia, questa stirpe si divise in più rami che si stabilirono a Milano, Varese, Bergamo ed in centri minori della Lombardia, nonché in alcune città del Veneto e della Toscana, affermandosi ovunque positivamente. L’alpeggio è un fenomeno che merita la nostra attenzione: esso consiste nello sfruttamento dei pascoli in quota nel periodo estivo e dura dagli 80 ai 120 giorni, secondo la bontà della stagione. Gli allevatori locali chiedono in affitto pascoli e malghe , qualora non siano di loro proprietà, e salgono ai monti con il bestiame nella tarda primavera. Non si portano solo il bestiame proprio; il grosso della mandria è costituito da bestiame “in affitto”. Gli allevatori della bassa padana o della media e bassa valle danno ai mandriani in fiducia i propri capi di bestiame perché vengano portati ai monti. In genere gli accordi sono in questi termini: ogni mucca si paga l’affitto producendo 4/5 litri di latte al giorno; il latte eccedente compensa la presenza nella mandria di manze e vitelli che ovviamente non ne producono. Il mandriano che conduce l’alpeggio godrà quindi per intero del latte prodotto, mentre l’allevatore che ha dato le mucche è ripagato dal fatto che i suoi capi si irrobustiscono enormemente e diverranno più produttivi l’inverno successivo. Il principale scopo dell’alpeggio è la caseificazione, cioè la produzione di un formaggio molto raro e pregiato: il formai de mut. In genere ci sono tre campi base a diverse altitudini: i mandriani, una volta esaurito il pascolo più basso, salgono a quello medio e successivamente a quello alto, poi li ridiscendono nell’ordine contando sul fatto che nel frattempo l’erba sia ricresciuta. La casera è unica e si trova nel pascolo basso. Essa consta di un ambiente dove si scalda e si caglia il latte sul fuoco (quasi sempre la cucina), alcune stanze semi - interrotte dove le forme stagionano. Quando le mandrie sono negli altri pascoli il latte viene trasportato alla casera con l’asino o il cavallo.

TURISMO:
La risorsa maggiore, anche se indiretta, che ci offrono le nostre montagne è il turismo sia estivo che invernale. La felice posizione del paese, il paesaggio naturale incontaminato, le imponenti foreste di conifere, l’aria salubre e la possibilità di praticare lo sci in pista hanno richiamato un numero sempre maggiore di villeggianti. A testimonianza di ciò vi è la presenza di numerosi edifici a Piazzatorre (per la maggior parte costruiti negli anni '70-'76), adibiti a residenza secondaria: oltre 2000 appartamenti pari a circa 190.000 metri quadri. Ad essi vanno sommati i posti letto degli alberghi e le roulotte presenti al camping. Il boom turistico si è verificato negli anni 1985-86, nei quali sono state calcolate circa 12-13.000 presenze. La speranza è che tali cifre non rimangano solo un ricordo, ma possano essere in qualche modo ripetute in seguito alla costruzione dei nuovi impianti di risalita per Torcola Vaga, i quali aggiungeranno ben 25 Km di piste ai 30 Km già esistenti.

EDIFICI NOTEVOLI: CÀ SANTA
L’edificio più antico è la Cà Santa, un enorme palazzo seicentesco che risale alla fine del 1500. La facciata è stata intonacata di recente; su di essa però sono ben visibili i segni del passato: le quattro finestre con spalline in pietra e inferiate in ferro battuto e il portone con volta in pietra. Fuori dalla casa c’è una cappella votiva fatta erigere nel 1620 circa da Giovanni Battista Maisis, come si legge nell'iscrizione un po' rovinata. CASA BIANCHI Per quanto abbondantemente rimaneggiata e snaturata, anche questo edificio mostra evidenti i segni della sua storia: nella facciata sono presenti grandi motivi floreali e architettonici, festoni e un grande affresco centrale che raffigura la Vergine e il Bambino nella parte superiore, in basso il patriarca Mosè e l’arcangelo Gabriele.

CASA ARIOLI
È l’edificio più grazioso che ci rimane. Tutto l'esterno è cosparso di fregi, affreschi e festoni attorno a ciascuna finestra. In ogni festone è dipinta una massima illustrata da una piccola scena (purtroppo non tutte sono leggibili). I dipinti sono di buona fattura, alcuni pressoché intatti, altri irrimediabilmente rovinati. Il grande portone al piano terra è ornato da un grande festone e sormontato da una loggia in pietra con ringhiera in ferro battuto legata con chiodi. Sopra la loggia vi è una scritta in latino - Non dura a lungo il nome del signore che non ha una lunga discendenza - e sopra di essa il grande stemma dei signori che abitavano la magione. Dice l’Angelini (1974 in “Arte minore bergamasca”). Lo scomparto è così diviso: un pianterreno con le finestre quadre e inferiate, la porta centrale a motivi dipinti ornati, un piano superiore di maggiore altezza con finestre rettangolari a riquadrature sagomate sobrie e un soprastante ornamento a colori che racchiude emblemi contornati da nastri con motivi simbolici italiani o latini, e infine un secondo piano, basso di sottotetto, illuminato pure da quadrotti di luce con riquadrature lineari. In centro sopra le porte un balcone e lo stemma della famiglia. In un'ala della casa trova attualmente sede l’asilo infantile.

LA CHIESA DI SAN GIACOMO:
Al 1500 risale l’edificazione della chiesa di San Giacomo, consacrata il 29 luglio 1514. Non è la stessa chiesa che oggi vediamo sul poggio che domina l’imboccatura del paese: quella odierna è infatti il risultato di notevoli rimaneggiamenti e ristrutturazioni. L’edificio originario, di certo molto più piccolo, già decretato dal vescovo Pietro Lippomani il 26 ottobre del 1518, fu distinto e reso pienamente autonomo dalla chiesa di San Martino oltre la Goggia nel 1532. Sorta su un oratorio che pare risalisse al 1200, ricostruita nel 1675 e consacrata il 16 luglio del 1682 dal vescovo Daniele Giustiniani, dopo l’ampliamento operato nel 1913-14 su progetto dell’architetto Fornoni venne riconsacrata il 7 agosto del 1919 dal vescovo Marelli. Scriveva l’Ing. Beretta (1968): “Posta in posizione molto bella, la Chiesa Parrocchiale presenta il tradizionale orientamento con l’altare rivolto a est ed è circondata da tutti i lati da un discreto sacrato. La facciata verso ovest è stata eseguita durante l’ultimo ampliamento (1913) ed è molto semplice, conclusa di gronda in cemento a spiovente. La decora l’ampio portale in pietra artificiale sagomata ed ornata di grande timpano curvo sorretto da mensoloni. Esternamente sul lato sud la chiesa presenta l’ingresso secondario preceduto da ampio porticato con tre archetti in opera su colonne in graniglia sassuola. Sopra tale ingresso una lapide in marmo nero, sormontata di stemma con aquila bicipite e con scritta, fa da ornamento e da documento. La decorazione è sobria e presenta affreschi nelle volte e nella cupola; più in particolare nella volta della navata gli affreschi che rappresentano la chiamata dell’Apostolo S. Giacomo e il suo martirio (Servalli - Cavalleri), nelle pareti della cupola la glorificazione di S. Giacomo e santi patroni, nei pennacchi gli Evangelisti (Morgari, 1915) e nel catino la glorificazione della croce (Cavalleri). L’altare maggiore è in legno intagliato e dorato, e la sua ancona, suddivisa in nove scomparti (che raffigurano l’Eterno Padre, la Vergine con Bambino, S. Anna, l’Angelo Custode, S. Pietro, S. Giacomo, S. Giovanni Battista, S. Antonio Abate e S. Bernardino, S. Sebastiano e S. Rocco), fu dipinta da Agostino Facheris detto il Caversegno nel 1537.In seguito fu realizzata da Giosuè Marchesi una bella cornice intagliata e dorata per accogliere il polittico. Ai suoi lati sono poste due tele raffiguranti: a sinistra S. Antonio da Padova al quale appare sulle nubi il Bambin Gesù fra gli angeli, dipinto dal Ceresa nel 1677 (in basso si notano i ritratti dei donatori con lo stemma della famiglia Arioli); a destra S. Giovanni della Croce in estasi davanti alla croce sorretta da un angelo, di autore ignoto.

Sui pilastri della tazza centrale troviamo due ottime tele attribuite con riserva a Francesco Zucco, raffiguranti S. Bonaventura cardinale e S. Lodovico di Tolosa; sotto di esse, due belle icone di recente fattura (1991), realizzate da Emiliano Tironi di Bergamo che raffigurano la Madre di dio e la Trinità. Di riscontro S. Filippo Neri e S. Romualdo dipinti da G. Armani nel 1943. Di Beppe Facchinetti le tele di S. Anna e dell’Immacolata (1932). La cappella di sinistra è dedicata alla Madonna del Rosario, con il bell’altare in marmo grigio intarsiato con fregi e uccelli. L’ancona pure in marmo è decorata da due colonne rosse a tutto tondo che reggono il fastigio. A destra la porta che immette al campanile e sopra di essa la nicchia di S. Giacomo Apostolo. La cappella di destra è dedicata a S. Giuseppe ed è dotata di altare in legno scolpito, dipinto e dorato; ai lati del santo due statue in legno raffiguranti la fede e la speranza (Giosuè Marchesi, 1915). A destra si trova la bussola dell’ingresso laterale per uomini ed a sinistra la porta di accesso alla Sacrestia. Il presbiterio era sopraelevato di tre gradini in rosso Verona e delimitato da una balaustra sagomata in marmo rosso di Camerata e nero e presentava al centro l’altare maggiore in legno scolpito e completamente dorato, con al centro il tabernacolo sormontato di cupoletta ed alle estremità dei candelabri due angeli adoranti. Ai lati del presbiterio due banchi per paratie per arredi in noce decorati di belle lesene scolpite; sopra i banchi le cantorie, quella di destra è dotata di organo. Dietro l’altare segue il coro, pure in noce, costituito da tredici stalli separati da lesene decorate da cariatidi di angeli. Il grande confessionale a tre ingressi suddivisi da quattro colonne a tortiglione ornate di vitalbe, sculture e ornati vari è opera dei Rovelli di Cusio (1700), come pure gli intagli del coro ed un armadio di noce a due ordini che è nella sagrestia. Sorprendente per qualità e copia la dotazione degli arredi sacri, con paramenti in ganzo, raso e seta del 1600-1700, un calice in rame del 1500, un ostensorio d’argento del 1700, tre lampade pure d’argento sbalzato e graffito, di cui la maggiore reca gli stemmi araldici delle famiglie Arioli, De Maisis e Simoni, e altri arredi in rame sbalzato e argentato. L’organo fu costruito da Adeodato Bossi nel 1836, restaurato da Francesco Roberti nel 1914 e rinnovato dai Piccinelli nel 1938. La bella torre campanaria, tutta in blocchi di salso - serizzo rosso locale, fu innalzata dal 1709 al 1712 da Gervasoni di Bordogna. Il concerto a cinque campane, già fuso da Giovanni Crespi di Crema e consacrato nel 1846 da mons. Sanguettola vescovo di quella città, dopo la spoliazione dell’ultima guerra fu sostituito con l’attuale concerto in Reb fuso da Angelo Ottolina nel 1947 ed inaugurato nel mese di settembre dello stesso anno.

ASILO INFANTILE ARIOLI - DOLCI
In provincia di Bergamo due asili infantili hanno la stessa denominazione “Arioli - Dolci”: uno a Treviolo, l’altro a Piazzatorre, ambedue fondati da Antonietta Dolci, figlia dell’Ing. Francesco, vedova del dr. Giovanni Arioli e, in seconde nozze, dell’avv. Giovan Battista Rossi. Era domiciliata in piazza Mercato del Fieno in Bergamo Alta, dove morì il 5 maggio 1914 all’età di 74 anni. La Dolci aveva disposto del suo notevole patrimonio con testamento 20 gennaio dello stesso 1914. Dopo aver disposto L. 1000 a favore dell”Asilo Infantile dell’Alta Città di Bergamo” ed aver provveduto per gli abitanti di Treviolo, disponeva: “Tutti gli stabili di Piazzatorre e mobilio che attualmente trovasi in quella mia Casa Dominicale ed anche numero tre azioni degli ex Originari di Piazzatorre a favore dell’Asilo Infantile, che intendo e voglio venga istituito per il detto Comune di Piazzatorre nella mia Casa Dominicale con piccola chiesa ivi posta, nella località denominata “Al Cantone”. Questo Asilo Infantile dovrà essere costituito in Opera Pia, od Ente morale Autonomo amministrato da una commissione composta dal Parroco pro tempore, che ne avrà la presidenza, dal Presidente della Congregazione di Carità locale (oggi sostituito dal rappresentante del Comune)e dal Presidente della Fabbriceria parrocchiale locale, sotto la sorveglianza del Vescovo pro tempore della Diocesi. La direzione e la conduzione interna anche di questo Asilo Infantile di Piazzatorre dovrà essere affidato alle Ancelle della Carità di Brescia, sotto l’osservanza di tutte le norme che ho stabilito in questo mio testamento per la direzione e conduzione interna dell’Asilo Infantile di Treviolo. Anche l’Asilo di Piazzatorre dovrà portare in perpetuo la denominazione “Asilo Arioli Dolci” che si userà anche in tutti gli atti e le corrispondenze”. Con decreto 19 agosto 1915 del Luogotenente generale del Re (l’Italia era entrata in guerra quattro mesi prima), l’Asilo infantile “Arioli Dolci” di Piazzatorre veniva eretto in ente morale, con la riserva di approvare il relativo statuto. Dopo quasi quattro anni dal termine della guerra, il 10 agosto 1922 il Re approvava lo statuto, che è tuttora vigente. La volontà testamentaria imponeva la presenza delle Suore nell’Asilo e ne indicava anche l’Istituto religioso da assumere per il funzionamento. Suore Ancelle della Carità di Brescia. La preferenza data a questo istituto dalla fondatrice è motivata dal fatto che il suddetto Istituto Religioso era già presente in Piazzatorre e prestava servizio presso le scuole comunali e presso l’Opera Bergamasca per la salute del fanciullo. Le suore Ancelle che già svolgevano attività nella scuola comunale, all’apertura del nuovo Asilo nel 1915 assunsero anche la direzione e l’insegnamento in questo nuovo campo di lavoro e vi rimasero fino al 1928. Subentrarono le Suore Sacramentine di Bergamo in data 6 ottobre 1929 con una comunità di ben sei suore. Negli anni Cinquanta venne costruito un nuovo edificio per l’Asilo, attiguo all’antica villa dove si era sempre svolta l’attività di scuola materna. L’Asilo Arioli - Dolci ebbe un terzo subentro di Suore con le Orsoline di Somasca nel 1985, tanto apprezzate dalla popolazione, che lasciarono l’incarico nel 1993 a causa della nota carenza di vocazioni. L’insegnamento nell’unica sezione dell”Arioli - Dolci” è ora garantito da una maestra dipendente dalla Cooperativa "In cammino” di S. Pellegrino Terme. La villa attigua è stata ristrutturata di recente (1992), anche con l’apporto del volontariato locale. Attualmente offre a pianterreno aule e saloni per attività educative, ricreative e di catechesi; il primo piano è predisposto per cucina e sala da pranzo, mentre l’ultimo piano offre camere e box per la notte.