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La casa Museo di Arlecchino si trova nel borgo medioevale di Oneta a San Giovanni Bianco
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Appena sopra l’abitato di San Giovanni Bianco, la vecchia mulattiera conduce ad Oneta, dove la tradizione individua la casa natale di Arlecchino.
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è raggiungibile con una comoda carreggiabile asfaltata di circa 3 km che si stacca, in corrispondenza di San Pietro d'Orzio.
La Sacra Spina di San Giovanni Bianco La Sacra Spina
La Sacra Reliquia e' quindi da tempo segno di una profonda devozione popolare che dura tutt'ora e che vede coinvolta oltre alla popolazione di San Giovanni Bianco, tutta la valle...
Carlo Ceresa Carlo Ceresa
Nato a San Giovanni Bianco nel 1609 da Ambrogio Ceresa della Valsassina e Caterina Maurizio di Oltre il Colle, Carlo Ceresa a diciannove anni gia' dipingeva pale d'altare..
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Vistallo Zignoni
......diversamente da ciò che abitualmente succedeva in quelle faide, il capitano vittorioso risparmiò loro la vita. Si accontentò, invece, di trascinare le porte della rocca da lui presa, fin sulla piazza di San Giovanni, dove miliziani e popolo improvvisarono attorno al trofeo una kermesse. Il suo maniero, con saracinesche e ponte levatoio, sorgeva sulla ripa sinistra dell'Enna, a un dipresso là dove oggi è sito l'asilo infantile, toh guarda, intitolato a un altro Boselli celebre: Paolo (1838-1932), che fu presidente del Consiglio dei ministri durante la Grande Guerra.
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Poesia prima del patibolo
Ad accrescere lustro al clan concorsero pure dotti prelati, giuristi, uomini di scienza e di lettere. Ma non mancò in famiglia l'herosnoir. Questi fu il conte Galeazzo, uomo d'armi, poète maudit e agente segreto al servizio della Serenissima. La quale, alla fine, fu costretta ad esiliarlo per i suoi misfatti. Essi andavano dal regolamento di conti con omicidio, al sequestro di persona, all'aggressione a mano armata, al saccheggio: delitti perpetrati personalmente o per mezzo di bravi. Paragonata a reati del genere, la pretesa del conte che, passando davanti al portone del suo palazzo in Bergamo, ci si dovesse inchinare e togliere il cappello, pena una solenne bastonatura, può apparire una tollerabile goliardata. Galeazzo pagò il fio delle sue colpe sul patibolo. Impavidamente, a quanto si narra. Fu decapitato - come competeva al suo rango - la vigilia di Natale del 1705, a Milano.
Con il suo testamento, prima d'affrontare il boia, stese un sonetto. Finiva cosi: "Trassi dal mio natal spirito gueriero / E tanto vendicai di ogni superbo /Onde fama acquistai di troppo altero: /Pena del mio morir sì crudo e acerbo / Gioia per cui mi si apre oggi il sentiero / Che al ciel rinasco col natal del Verbo". Ipotecato l'Al di là, il conte iscrisse il proprio nome in Parnaso. Passato, per via d'eredità e matrimoni, dai Boselli ai Giupponi e da quest'ultimi ai Guerinoni Piccinelli, il palazzo - in parte ristrutturato nel '600 - è ora casa parrocchiale. Nelle sue sale si tengono mostre d'arte e conferenze. Situato, come s'è detto, a cavaliere fra Enna e Brembo, il signorile fabbricato ne controllava i ponti. Talchè chi lo possedeva poteva disporre del paese a suo piacimento. Naturale perciò che, in occasione del suo rifacimento secentesco, il palazzo venisse munito di bertesche per archibugieri, artistiche oltretutto. Ed è fuor di dubbio che, massime per queste caratteristiche, l'imperial Regio Comando lo scelse per sede, dopo il 1848, del locale presidio austriaco, dato in aggiunta alla gendarmeria. Ancora si favoleggia delle sue misteriose segrete e dei sotterranei che lo mettevano in comunicazione con altre magioni aristocratiche, compresa quella degli Zignoni.
La piu' antica veduta di San Giovanni Bianco
Le fucine lungo il Brembo
Costoro, nell'establishment locale, rappresentavano il ceto imprenditoriale. Dislocate lungo il Brembo avevano alcune fucine ed erano proprietari di fondi rustici e case. La loro, debitamente fortificata, era posta alla Roncaglia-fuori, contrada all'imbocco della Valtaleggio. Se ne vedono ancora i resti. Da questo ceppo uscì il personaggio per merito del quale San Giovanni Bianco conserva e venera una reliquia che lo rende singolarmente famoso: la Sacra Spina. Benché protagonista d'un evento destinato a vivificare robustamente la religiosità dei suoi conterranei, e non solo di questi, Vistallus Zencha de Zignonibus era tutt'altro che di specchiata vita. Avendo ucciso un rivale in una delle solite zuffe, era stato bandito dal territorio di Bergamo e Brescia, allora appartenenti a San Marco. S'arruolò - il che a quel tempo equivaleva all'impunità - nelle truppe del marchese Francesco Gonzaga, condottiero dell'esercito della lega che Venezia aveva promosso - nel 1495 - contro Carlo VIII, sceso a Napoli per rivendicarne la signoria alla corona di Francia. Le due armate - quella francese stava risalendo la Penisola intenzionata a rimpatriare - si scontrarono il 6 luglio a Fornovo sul Taro. La battaglia si concluse senza vincitori. O meglio, entrambi e contendenti pretesero d'esserlo: la Lega vantando d'avere scacciato gl'invasori; il re d'essere riuscito a guadagnare, col grosso delle sue forze, i valichi alpini, sia pure sacrificando parte dei cariaggi col ricco bottino razziato nel Meridione.

 
La Sacra Spina nel bottino
Sulle salmerie lasciate per esca s'erano appunto gettati, anzichè proseguire l'attacco, i reparti d'assalto del Gonzaga. Il loro nerbo era costituito dagli stradiotti, la cavalleria leggera. Tra costoro - con dalmati, bulgari e albanesi - militava il venturiero valbrembano. Il quale, catturato un segretario del re, l'aveva predato della ricca teca affidatagli, prima del combattimento, da Carlo VIII e contenente reliquie preziosissime. Queste con il cofanetto furono donate al Doge dallo Zignoni. Costui ottenne così dal governo veneto la revoca del bando (accordata sotto forma di salvacondotto valido per cent'anni). Gli furono pure concessi un premio di 50 ducati e una pensione vitalizia di 10 fiorini. E -cosa che il lanzichenecco orobico forse manco sperava - ricevette dal Doge, per la chiesa del natio villaggio, una delle reliquie: la Spina della Corona di Cristo che da allora è oggetto di profonda devozione quassù. L'avvenimento è raccontato, con qualche differenza di particolari, dai due massimi cronachisti lagunari di quell'epoca: Marin Sanudo e Domenico Malipiero. Il primo dà Vistallo per "balestrier", ma il secondo annota che faceva "Il mestier a cavalo alla Stradiotha".
Vistallo Zignoni fa prigioniero il segretario del Re di Francia Carlo VIII durante la battaglia di Fornovo
Propendiamo per quest'ultima versione. Giacche: se lo Zignoni fosse stato in forza ai balestrieri, truppe d'arresto impegnate soprattutto contro la cavalleria ed assimilabili perciò all'artiglieria anticarro d'un moderno esercito convenzionale, com'avrebbe potuto giungere coi primi "arditi" ai cariaggi nemici e impadronirsi così di quel pò di bottino? Appiedato, comunque, e senza balestra lo raffigurò il milanese Broggi nel monumento che, con la piazza, gli dedicò il patrio comune nel 1895, ricorrendo il quattrocentesimo anniversario dell'accoglimento  della Sacra Spina a San Giovanni Bianco. Uno spirito bizzarro asserisce che la bronzea statua, piuttosto che un ardimentoso soldato del marchese di Mantova, gli rammenta un degno, ma men bellicoso, guardiaboschi municipale.I sangiovannesi, giustamente, non la cambierebbero tuttavia neppure col Colleoni del Verrocchio.
Del resto, nessun altro loro concittadino, per quanto illustre fosse stato, ebbe da loro l'onore d'un'effigie qualsiasi. Al massimo gl'intitolarono una via. Così è capitato a Carlo Ceresa (1609-1679), considerato al presente fra i grandi della pittura tra Controriforma e Barocco, ed ai suoi colleghi Marco Gozzi (1759-1839) e Luigi Steffani (1827-1898), insigni paesisti; a Guglielmo Gratarolo, precorritore di moderni teorie mediche e morto... in fama d'eresia (sec. XVI); ad Alberto Gavazzi, l'attore cui si deve la creazione della maschera d'Arlecchino (nella sua casa, in contrada Oneta, perché non istituire un museo della Commedia dell'arte?). Taciamo di Detesalvo Lupi, valoroso condottiero della Repubblica veneta e qui particolarmente meritevole di riconoscenza per avere favorito l'istituzione... del quindicinale mercato (sec. XV). E taciamo di Giacomo Muletti, fondatore - al tempo della Cisalpina - del "Giornale degli uomini liberi". Come i libelli, habent sua fata anche gli uomini. Anche prima della costruzione della ferrovia, San Giovanni Bianco costituì un importante nodo stradale: fin da quando il traffico brembano non seguiva il fondovalle. Da esso partivano le mulattiere per Taleggio, Oltre la Goggia e Bergamo. Quest'ultima, la "via mercatorum", saliva a Dossena, scendeva a Serina e - attraversati Algua, Rigosa e Selvino -raggiungeva Bergamo, passando per Albino e Nembro. A renderne il transito periglioso ci si mettevano, insieme a briganti e slavine, anche i lupi. Per la grazia d'esserne stati liberati, i sangiovannesi versavano annualmente ai canonici della cattedrale di Sant'Messandro il "caseus de Verchana": il formaggio prodotto in una giornata. Il donativo era così chiamato dal villaggio del Comasco che primo aveva fatto questa sorta di voto al Padreterno. La Priula e uno 007 inglese Recarsi a Bergamo riuscì più facile dopo che il capitano Alvise Priuli aprì, diretta ai Grigioni, la via che da lui prese nome (1593). Alla stessa San Giovanni Bianco è debitore d'essere diventato il "grosso e signorile" borgo descritto dal Maironi da Ponte ("Dizionario odeporico", 1820).
Le secentesche case porticate e stemmate delle vie Gratarolo, Corserola e Pretura vennero su lungo il percorso della Priula. Queste strade conservano quasi intatto il sapore d'antico, forse un po' più di silenzio non guasterebbe. Su di esse s'affacciavano fondaci e locande. In una di queste, nel 1609, pernottò Thomas Coryate, turista ante litteram. Inglese (naturalmente) viaggiava (a cavallo) alla volta della Valtellina, strategico corridoio tra i possedimenti asburgici. Forse era uno 007. Condensò in un diario le sue "observations of Bergamo". Sulle sue orme - ma in landò quasi tre secoli dopo arrivò a San Giovanni un'elegante coppia. Distinto signore sulla quarantina lui, donna giovane ed avvenente lei. Erano Arrigo Boito ed Eleonora Duse, uniti allora da un tenero liaison, vissuto con discrezione. Non scesero in uno degli alberghetti venuti nel frattempo a prendere il posto delle vecchie taverne. Scelsero un'appartata casetta, modesta e graziosa lungo la provinciale, con vista sul Brembo. L'autore del "Mefistofele" e la regina delle scene vi trascorsero -come ricorda una targa - "in segreta armoniosa letizia" tutto il mese d'agosto. Correva l'anno 1887. Casa e targa urgono ora d'urgenti restauri. C'è, però, chi parla di demolizione. Pàchera, ultima dea.